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LucaSchiavoni
la mia visione sul mondo, la politica e la società


Diario


12 dicembre 2007

Dentro la vasca

E dunque, si ritorna a discutere su "cos'è la satira". E su "quali sono i suoi limiti". E ancora, sul fatto se chi fa satira possa offendere, insultare, dire parolacce.
In questi giorni ne abbiamo lette di tutti i colori, e non solo dai soliti tromboni che naturalmente devono portare acqua al proprio mulino perchè "tengono famiglia".

Su tutto il dibattito riguardante i "limiti della satira" non voglio dire niente. Anche perchè lo trovo un dibattito pericoloso e fuorviante. Porre limiti alla satira significa, in ultima analisi, porre limiti alla libertà di opinione.

Però una domandina, cui temo non avrò risposta, ce l'ho: i limiti dell'informazione quali sono?
Possibile che nessuno, dopo aver sentito Ferrara, Vespa, ed a ruota tutti gli altri, disquisire sul tema, alzi il ditino e gli chieda conto delle bugie, delle mistificazioni, degli occultamenti che hanno posto in atto ed avallato per decenni?
Ammettiamo (solo per un attimo) che si possa davvero dire quale sia la satira 'buona' e quella 'cattiva'. A quel punto, a maggior ragione, si può e si deve dire che prima di tutto c'è, da troppo tempo, una informazione cattiva, largamente predominante e che nessuno si prende la briga di ostacolare.
Se ci fosse un po' di coerenza, un sistema televisivo che esclude chi fa "cattiva satira" dovrebbe fare lo stesso con chi disinforma, nasconde, confonde per cercare di indebolire il senso critico dei cittadini e influire sulla formazione delle loro opinioni. Ed invece, anzichè fuori dalla porta, sono tutti dentro Porta a Porta. Ce ne dicono di tutti i colori, sulla giustizia, sulla politica, sulla guerra, e pretendono che ce le beviamo pure.

Luttazzi ha sbagliato in una sola cosa: quelli dentro la vasca siamo noi. E Ferrara e Vespa, tutti i santi giorni, ci pisciano addosso e ci cagano in bocca. E si aspettano pure che ci piaccia.


15 novembre 2007

Sulla via dell'estinzione

Non faccio in tempo ad emigrare, che vien fuori un rapporto Svimez nient'affatto sorprendente, secondo cui il 46,4% dei laureati meridionali (come me) a tre anni dalla laurea è senza lavoro. Disoccupato anche il 43,3% dei laureati con il massimo dei voti (come me). In pratica, laurearsi al Sud non serve quasi a niente, se non si entra nell'ordine di idee di andar via. Chi resta, secondo il rapporto, è quasi sempre costretto al lavoro 'atipico' (ma oramai sempre più tipico) ottenuto grazie a conoscenze personali e canali informali.

La domanda che ci si pone istintivamente è sempre la solita: si può andare avanti così?
Il livello degli stipendi resta troppo basso, e se a questo aggiungiamo la forte crescita dei contratti a breve termine l'effetto combinato è devastante: sia sui consumi, che ovviamente non possono crescere in queste condizioni, sia più in generale sulla propensione a fare progetti di vita.

L'Italia, come molti sanno, è un Paese che sta invecchiando: da decenni si fanno pochi figli, col risultato che gli anziani stanno diventando di più dei giovani. E chi decide di fare figli, tende a ritardare sempre più questo momento, per diverse ragioni: chi non è in buone condizioni economiche evita per cause di forza maggiore; chi è 'benestante' cerca di prolungare il periodo in cui può divertirsi senza assumersi troppe responsabilità. Chi emigra e fa figli all'estero, naturalmente non contribuisce all'aumento della popolazione italiana.

Di questo passo l'italiano andrà verso una rapida estinzione: a meno che l'ultima donna feconda non accetti di accoppiarsi con Andreotti, che a quell'epoca sarà ancora vivo e vegeto, ponendo così le basi di una stirpe con le stesse caratteristiche della precedente: gobba e tendenzialmente mafiosa. Inizio a sospettare che Andreotti fosse vivo già ai tempi del big bang.




2 ottobre 2007

Guerra preventiva

È notizia di ieri che Mastella (ancora lui...) ci riprova: questa volta ha indirizzato una minaccia preventiva ad 'Annozero' di Michele Santoro, visto che (spiega il solerte portavoce Antonio Satta) "non accetteremo di essere processati".
Siamo alle solite: non solo la politica continua a commentare quello che va in onda in televisione, ma lo fa addirittura prima che vada in onda. Prima ancora di sapere cosa verrà detto e come.

Come molti già sanno, il programma di Santoro si occuperà giovedì sera del caso di Luigi De Magistris, il pm della procura di Catanzaro del quale Mastella ha chiesto il trasferimento, e che si dà il caso stia lavorando ad una in chiesta sull'ennesimo intreccio tra politica, criminalità ed affari, in cui sono emersi i nomi del Guardasigilli e di Romano Prodi. Tanto è bastato per far scattare sull'attenti il ministro, mai così tempestivo come quando si parla di televisione. È arrivato addirittura ad annunciare una 'mozione di sfiducia al CdA RAI in senato'.
Ora , non è ben chiaro come sia tecnicamente possibile una cosa del genere, visto che il presidente del CdA, in base all'infame legge 'Gasparri', è eletto dai due terzi della Commissione di Vigilanza (e non dall'assemblea del Senato); in ogni caso, è l'ennesima spia dell'inguaribile brama di controllo sulla televisione pubblica (cioè dei cittadini) da parte dei partiti. Brama che, se non sorprende in un personaggio come Mastella, appare sconfortante in Carlo Rognoni, membro del CdA RAI "in quota" DS (ed è tutto dire), il quale ieri si è premurato di rispondere ad un articolo di Marco Travaglio per "L'Espresso" dicendogli che "questo CdA ha fatto tornare Santoro in RAI" (cosa non vera, dato che Santoro è stato reintegrato in forza di una sentenza del TAR) e che "consente" a Travaglio di collaborare a quel programma televisivo.
Notare il verbo: "consente". Ciò che dovrebbe essere normale e garantito, e cioè la presenza di un giornalista documentato e puntiglioso in un programma di informazione, è invece concesso dalla benevolenza di chi governa la RAI (ed il Paese, per inciso). E' evidente che la mentalità lottizzatoria ha pervaso anche chi a parole si augura la fine di queste pratiche, finendo però con l'abbracciarle ed accettarne le logiche, infilandosi in una spirale dalla quale non riescono più ad uscire.

Sarebbe interessante sapere cosa pensa, di tutto questo, il ministro Gentiloni, che dall'inizio della legislatura ripete di voler liberare il servizio pubblico dall'influenza politica. Anche ammettendo che il suo Ddl di riforma della RAI sia realmente efficace in tal senso (cosa di cui è lecito dubitare, stante la 'politicità' degli organi che controllerebbero la fondazione), non si capisce bene quali siano i motivi per cui i suoi due progetti di riforma procedono a rilento nei lavori parlamentari. Tutto questo mentre la Gasparri continua a far danni e presto potrebbe iniziare anche a costare 300.000 € al giorno di multa da parte dell'Antitrust europeo. Indovinate chi paga?

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19 aprile 2006

Le "Larghe offese"...

di Marco Travaglio (L'Unità) del 18-04-2006

Ma certo, le «larghe intese»: come non averci pensato prima? Un «governissimo», o almeno un «tavolo» per «dialogare su tutto». Dal Quirinale all’economia, dalla politica estera alle riforme, a cominciare -si capisce- dalla giustizia e dal conflitto d’interessi. L’idea, lanciata dal Cavaliere un minuto dopo aver perso le elezioni (senza mai riconoscerlo), è eccellente. Lui ci lavora da tempo. Sono anni che il premier uscente (si spera) si produce in sforzi immani per riportare un po’ di balsamica concordia nell’arroventato clima politico.
Già il 25 marzo ’94, vigilia delle sue prime elezioni, rassicurava: «Se la sinistra andrà al governo controllerà la stampa, la tv e l'economia attraverso i processi, le prigioni e l’esilio». Quando poi Bossi rovesciò il suo governo, pretendeva le elezioni anticipate anche se in Parlamento la maggioranza era contraria. E, visto che Scalfaro obbediva al Parlamento, gli diede del «golpista». Nel 1995, quando a dispetto degli exit poll dell'amico Luigi Crespi perse le elezioni regionali, riconobbe sportivamente la sconfitta: «Gli elettori si sono sbagliati: erano giusti gli exit poll». E, per le politiche del ‘96, rilasciò una dichiarazione distensiva: «Siamo sicuri che, se vince l’Ulivo, ci faranno ancora votare?». Anche Previti rassicurò gl’italiani: «Stavolta non faremo prigionieri». Non bastò. E il Cavaliere, con squisito spirito istituzionale, si congratulò con Romano Prodi: «I professionisti della sinistra ci han sottratto un milione e 171 mila schede. La sinistra ha una lunga tradizione di brogli» (col tempo i «voti rubati» divennero «1 milione e 700 mila», ad abundantiam).
Antesignano delle larghe intese, Berlusconi sosteneva che «il governo Prodi si comporta come il governo Mussolini quando chiese i pieni poteri nel 1926, e fu dittatura per vent’anni. L'Italia non è uno Stato democratico, ma uno Stato poliziesco, l'unico in Occidente il cui governo è appoggiato da un partito di estrema sinistra che crede ancora in Marx ed Engels», tant'è che «l’opposizione sta diventando non più un diritto democratico, ma un rischio personale: io rischio la mia vita». Infatti di lì a poco, nell'ottobre ‘98, il partito di Marx ed Engels rovesciò Prodi e al governo arrivò D’Alema con Cossiga e Mastella. E Berlusconi ancora lì a chiedere grandi intese: «Siamo al regime. Una democrazia ferita, senza vera libertà, con l’occupazione dei posti di potere, delle tv, delle aziende del parastato, con i posti di lavoro usati per attirare nuove clientele e l’uso politico della giustizia, le visite della Guardia di Finanza per spaventare chi non accetta di chinare la testa, il controllo della vita privata nostra e dei nostri cari». Nel 2000 D'Alema, novello Stalin, si dimise per aver perso le elezioni regionali. Arrivò il terzo premier rosso, Giuliano Amato. E Berlusconi sempre lì con la mano tesa: «Chiameremo tutti i giorni Amato l’utile idiota a Palazzo Chigi».
Nel 2001, fortunatamente, tornò la democrazia con la vittoria berlusconiana. Ma per poco, perché i brogli delle sinistre ripresero a dopare le elezioni comunali, provinciali, regionali, europee e suppletive, tutte vinte dall’Ulivo. Ma il Cavaliere, stoico, sopportò cristianamente i soprusi e seguitò a invocare il dialogo: «Se la sinistra andasse al governo, questo sarebbe l’esito: miseria, terrore, morte. Come avviene ovunque governi il comunismo» (17-1-05). «In Italia c'è uno Stato parallelo: quello organizzato dalla sinistra nelle scuole e nelle università, nel giornalismo e nelle tv, nei sindacati e nella magistratura, nel Csm e nei Tar, fino alla Consulta. Se si consentirà a questo Stato occulto di unirsi allo Stato palese, avremo in Italia un regime vendicativo e giustizialista» (5-4-05). Una campagna elettorale distensiva quant’altre mai: «La democrazia e la libertà nel nostro Paese non sono ancora garantite perché c’è un’opposizione che ancora sventola nelle sue bandiere i simboli del terrorismo e della tirannide sovietica» (21-11-2005). «C'è un’opposizione illiberale che vorrebbe che noi non votassimo» (22-11-2005). «Dobbiamo fare una colossale operazione verità: spiegare che quelli della sinistra, se andassero al governo, porterebbero il Paese al fallimento, costringerebbero i piccoli imprenditori a chiudere, i produttori di vino a non vendere più bottiglie, almeno negli Stati Uniti, gli industriali della moda alla crisi, il made in Italy a non essere più apprezzato sui mercati... Questa sinistra vorrebbe tanto ricoverarmi: li vedo come si voltano alla Camera per non salutarmi» (25-11-2005). «Quelli della sinistra restano comunisti. Sono da eliminare, se non fisicamente, politicamente» (26-11-05). «Se vince la sinistra, addio democrazia» (13-12-05). «Se vince la sinistra, è per i suoi brogli» (4-4-2006).
Con queste premesse, è naturale che si inizi a lavorare intorno a un governo di larghe intese. Non si contano i leader dell'Unione che il Cavaliere ha gratificato in questi anni della sua stima e del suo apprezzamento. Prodi: «leader d’accatto», «maschera dei comunisti», «utile idiota», «bollito», «poveraccio» che «passava il tempo a svendere aziende pubbliche ai suoi amici». Rosi Bindi: «Lei e Prodi sono come i ladri di Pisa: litigano di giorno per rubare insieme di notte». Francesco Rutelli: «In vita sua, non ha mai varcato la soglia di un posto di lavoro». Walter Veltroni: «coglione» e «miserabile». Fabio Mussi: «un sosia di Hitler». Armando Cossutta: «uno che gestiva bande armate negli anni non lontani del dopoguerra e ha continuato fino a pochi anni fa». E poi D’Alema: «comunista», «stalinista», uno che «non riesce nemmeno a dire il suo nome e cognome per intero, perché due verità di fila lo ucciderebbero» e «usa lo Stato come il garage di sua zia, non è laureato, è stato a Mosca 33 volte e lanciava le molotov», insomma «mi ricorda Benito Mussolini». Per non parlare di Piero Fassino: «complice morale del compagno Pol Pot» e «testimonial ideale delle pompe funebri».
Ecco, come stupirsi per la proposta di un governissimo con i rappresentanti di «milioni di coglioni che votano contro il proprio interesse»? Con gli eredi-complici di chi «nella Cina di Mao bolliva i bambini per concimare le campagne»? Se il Cavaliere non vede l’ora di governare con quei «Prodi, Bertinotti e Rutelli» che solo il 6 aprile, sulla rivista «Pocket», definiva «come la gramigna che infesta tutto ed è difficile da estirpare», come dubitare della sua buona fede? Se Giulio Tremonti non sta più nella pelle di collaborare con Visco e Amato che chiamava «gangster» e con Fassino («aviaria dell’economia» e «uccellaccio del malaugurio»), e se Antonio Martino agogna un dialogo con quell’Unione che un mese fa dipingeva come «una congrega di mascalzoni», come non prenderli sul serio? È una questione di coerenza. «Non si può consentire a chi è stato comunista di andare al governo», aveva giurato il Cavaliere l’11 maggio 2003. Infatti, coerentemente, non glielo consente.

E chissà quando D'Alema & C. impareranno...




permalink | inviato da il 19/4/2006 alle 13:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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